Un imponente studio dell’Università di Milano, pubblicata su Wildlife Biology, in collaborazione con la LIPU, conferma quello che molti sospettavano già da tempo: gli uccelli selvatici iniziano la loro migrazione verso i luoghi di riproduzione molto prima del previsto. Per alcune specie, come il Tordo Bottaccio, il viaggio inizia già a fine dicembre. Perché è un problema? La stagione venatoria in Italia è solitamente compresa tra il 21 settembre e il 31 gennaio e una proposta di riforma recente, il DDL 1552/2025, vorrebbe addirittura ampliare le specie cacciabili, (in un mondo dove la biodiversità è sempre più minacciata e sempre più in declino) ed estenderla fino a fine febbraio, minacciando di fatto gli uccelli migratori prossimi alla riproduzione.
La Direttiva Uccelli dell’UE però impone la fine dell’attività venatoria non appena inizia la migrazione, per proteggere gli individui più forti che andranno a riprodursi. Continuare a cacciare a gennaio inoltrato significa colpire al cuore la biodiversità italiana. Secondo studi decennali della LIPU, lo stato di conservazione degli uccelli in Italia è già molto critico a causa dell’emergenza climatica, la perdita di habitat e l’uso continuo e spropositato di pesticidi. Di conseguenza, è necessario evitare riforme che incrementino la pressione venatoria e promuovere l'adozione di politiche di tutela fondate sui più recenti dati scientifici. Marc Bekoff, etologo e biologo statunitense scriveva: ”Uccidere un animale per sport o divertimento è un affronto alla dignità della vita stessa. Gli animali non sono trofei, sono esseri senzienti con una vita emotiva complessa”.
Questa complessità emotiva non è un concetto filosofico, ma una realtà biologica. L’abbattimento di alcuni individui rischia di alterare gli equilibri di un intero ecosistema. Non dobbiamo ignorare inoltre i danni collaterali della caccia: ogni anno tonnellate di pallini tossici restano nel terreno e nelle acque, avvelenando la catena alimentare.
Il rumore degli spari causa stress cronico negli animali, interferendo con i loro cicli di riproduzione e letargo.
Riconoscere questa soggettività, come suggerisce Bekoff, ci impone una domanda scomoda: può un gesto di dominio estremo come l’uccisione, essere ancora considerato uno “sport” nel XXI secolo?
La transizione verso una società post-venatoria è un progresso della conoscenza, non possiamo più permetterci il lusso dell’indifferenza.
“Se continueremo a permettere agli interessi umani di vincere sempre sugli interessi degli altri animali”, continua Bekoff, “non risolveremo mai i numerosi e complessi problemi che abbiamo di fronte”. Questa frase risuona oggi con un’urgenza senza precedenti. In un’epoca governata dalla fragilità, dove i cambiamenti climatici e lo sfruttamento selvaggio del suolo divorano gli ultimi santuari naturali, la caccia non è solo un atto di violenza sul singolo individuo, è un attacco alla resilienza dei nostri ecosistemi.
Il futuro della biodiversità dipende anche dalle nostre scelte e ripensare all’attività venatoria è un atto quanto mai necessario. Smettere di cacciare per sport, significa riconoscere che la nostra sopravvivenza è indissolubilmente legata a quella di ogni creatura che popola i boschi e che sostiene anche la nostra esistenza. Solo così potremo sperare di lasciare, a chi verrà dopo di noi, un pianeta ancora capace di rigenerarsi.
Elena Orboni