Se c’è un luogo in cui la bellezza della natura e il rispetto per ogni creatura si fondono nella storia, quel luogo è Assisi. Ed è proprio tra le colline umbre, cariche di una spiritualità che parla da secoli di armonia con il creato, che si è tenuta l’ultima assemblea dei Soci della LIPU.
Un weekend intenso, immerso in un’atmosfera vibrante di passione condivisa, dove lo sguardo verso il cielo non era solo un atto di ammirazione per il volo degli uccelli, ma una promessa collettiva di protezione della biodiversità.
Tra le tantissime conferenze che hanno scandito queste giornate dense di spunti, c’è stato un momento in particolare che ha catturato la mia attenzione e che merita di essere raccontato.
È stato quando Sista Bramini è salita sul palco e l’atmosfera della sala è cambiata all’istante.
Con i suoi capelli bianchi raccolti in una treccia, scalza e avvolta in un abito bianco, ha letteralmente stregato il pubblico. Con la sola forza della sua voce e del suo corpo, ci ha fatto vivere sulla pelle il mito di Atteone, trasformando l’Assemblea in un antico teatro di narrazione, ricordandoci il legame ancestrale e profondo che ci unisce al mondo selvaggio.
Atteone è un giovane e abile cacciatore. Un giorno, durante una battuta di caccia nei boschi del monte Citerone, si allontana dai suoi compagni e dai suoi cani. Camminando nel fitto della foresta, arriva per caso a una valle sacra e isolata, dove si trova una grotta con una sorgente d’acqua limpidissima. In quel momento, la dea Diana, dea della caccia e della natura selvaggia, sta facendo il bagno nuda nella fonte insieme alle sue ninfe. Atteone, senza alcuna intenzione maliziosa, scosta i rami e sorprende la dea nuda.
Le ninfe urlano e cercano in ogni modo di nascondere il corpo di Diana, ma la dea, furiosa per l’intrusione e per essere stata vista da un mortale, non ha le sue frecce a portata di mano. Allora prende una manciata d’acqua dalla fonte e la getta sul viso di Atteone, pronunciando una maledizione: “Ora vai e racconta pure che mi hai vista senza vestiti…se ci riesci!”
All’istante, sul capo di Atteone spuntano lunghe corna ramificate, il suo collo si allunga, le orecchie diventano appuntite, le mani e i piedi si trasformano in zoccoli: viene trasformato in un cervo.
La dea, però, gli lascia la coscienza umana: Atteone mantiene la sua mente, sa chi è, ma non ha più la parola; può solo emettere gemiti.
Atteone, terrorizzato dalla sua stessa nuova forma, scappa e vede la foresta come non l’aveva mai vista prima. Il dramma si compie quando viene intercettato dai suoi stessi cani da caccia. I cani non riconoscono il loro padrone sotto le sembianze di cervo, Atteone dentro di sé lo urla: “Sono io, Atteone, il vostro padrone! Non mi riconoscete?”. Ma i cani lo raggiungono, lo circondano e lo sbranano vivo. Mentre sente i denti fondere nella carne, arrivano i suoi compagni: “Atteone! Atteone, dove sei? Corri, vieni a vedere! Un cervo così bello non l’hai mai visto in tutta la tua vita!”
Cosa ci insegna e cosa ci lascia questo mito? Finché è un cacciatore, Atteone guarda la natura dall’esterno: la controlla, la domina, la usa per il proprio sostentamento o diletto. I suoi cani sono lo strumento di questo dominio. Nel momento in cui viene trasformato in cervo, quel confine crolla. Atteone non è più il predatore, ma diventa la preda. C’è una fusione totale e tragica con il selvaggio.
L’aspetto più crudele della punizione di Diana è che la dea trasforma il corpo di Atteone, ma gli lascia intatta la mente umana. Atteone subisce il dramma dell’isolamento assoluto: vede i suoi amici, vede i suoi cani, sa chi è, ma non ha più la voce per comunicarlo. Il mito ci dice che la natura ha un suo linguaggio che l’uomo, accecato dal proprio ego, spesso non sa decifrare, finché non è troppo tardi. Quando Atteone perde la parola, capisce finalmente la sofferenza degli animali che ha sempre cacciato.
Diana non è solo la dea della caccia, è la personificazione della Natura Vergine, l’inviolato, il mistero della vita e della morte. Vedere Diana nuda significa vedere la natura nella sua essenza più intima e spoglia, senza i filtri della civiltà. La nudità della dea è una verità troppo grande per gli occhi di un mortale. Chi pretende di svelare e possedere tutti i segreti della natura (pensiamo oggi allo sfruttamento selvaggio delle risorse) ne viene inevitabilmente travolto.
Oggi l’umanità si comporta spesso come il cacciatore, dimenticando di far parte dell’ecosistema. Quando distruggiamo la natura, stiamo in realtà distruggendo noi stessi, proprio come i cani di Atteone che sbranano il loro stesso padrone.
È il perfetto esempio di eterogenesi dei fini: lo strumento creato dall’uomo per dominare la natura diventa il mezzo della sua stessa rovina.
Mentre Sista Bramini evocava i cani che sbranavano Atteone, nella sala dell’Assemblea LIPU, il silenzio era d’un tratto diventato politico. Quel mito antico ci parlava del presente. Ci ricordava che la protezione della biodiversità è un dovere sacro: se continuiamo a violare la nudità e l’equilibrio della natura, saremo noi, come Atteone, a fare la fine della preda, travolti dalle stesse forze che abbiamo preteso di dominare.
Elena Orboni