E se questo tipo di arte non fosse una prerogativa umana, ma una delle tante forme attraverso cui la vita esprime la propria complessità?
Ci sono libri che, pur essendo stati scritti molti anni fa, riescono ancora a sorprenderci.
Ne “Il cosiddetto animale, la ragione diversa degli animali" di Vitus B. Dröscher¹ (scritto nel 1968 e pubblicato in Italia nel 1974), tra le pagine dedicate alle capacità degli uccelli, mi sono imbattuta in racconti che mi hanno fatto riflettere su qualcosa che spesso diamo per scontato: la convinzione che la musica, il senso del ritmo e la sensibilità per le melodie siano caratteristiche esclusivamente umane. Eppure, basta fermarsi ad ascoltare il mondo intorno a noi per intuire che il linguaggio dei suoni è molto più ricco di quanto immaginiamo.
Gli uccelli imitano l'uomo
Dröscher racconta alcuni esperimenti condotti dall'ornitologo Erwin Tretzel² nei quali vennero confrontati fischi di un pastore con quelli di alcune cappellacce che avevano imparato a imitarli.
Le imitazioni degli uccelli risultarono sorprendentemente precise: gli animali riproducevano le melodie rispettando gli intervalli musicali, mentre l'esecuzione umana mostrava maggiori imprecisioni nell'intonazione e nel ritmo.
Nel testo si legge: “Risultò che il pastore era grossolanamente privo di sensibilità musicale. Non coglieva quasi mai la stessa tonalità, e soprattutto non aveva senso del ritmo. Gli uccelletti invece eseguivano un motivo imparato restando sempre esattamente negli intervalli di tono della scala di do maggiore”.
È un racconto che invita a capovolgere, almeno per un momento, il nostro abituale punto di vista.
Siamo abituati a considerarci il termine di paragone delle altre specie, come se le capacità degli animali dovessero essere misurate esclusivamente sulla base delle nostre.
Ma cosa accade quando, proprio in una capacità che consideriamo profondamente umana, sono altri animali a sorprenderci?
Naturalmente, imitare correttamente una melodia non dimostra necessariamente che un uccello viva la musica come la viviamo noi. Ci rivela, però, quanto possano essere raffinate le sue capacità uditive e vocali. E ci ricorda che non siamo gli unici esseri viventi capaci di apprendere, distinguere e riprodurre sequenze sonore complesse.
Se la scienza ci mostra come gli uccelli sappiano imitare i nostri suoni, la storia umana ci ricorda che questo dialogo sonoro ha funzionato anche in senso opposto. L'essere umano, infatti, ha cercato per millenni di riprodurre la voce della natura. Durante il mio viaggio in Perù nel 2025, visitando il Museo Inka di Cusco, mi sono imbattuta in strumenti musicali che sembravano dare voce a questo scambio. Alcuni antichi strumenti sonori andini, infatti, erano realizzati proprio per produrre suoni che ricordavano quelli di uccelli, grandi felini e anche animali acquatici, come rane e rospi. Non conosciamo tutte le funzioni che svolgevano, ma sappiamo che la musica aveva un posto importante nelle culture precolombiane e che questi oggetti potevano essere legati anche alla loro visione spirituale del mondo.
Ne sono rimasta affascinata. Mi sono chiesta quale rapporto avessero con gli animali le persone che li costruivano, quali significati attribuissero ai loro richiami e che cosa cercassero di evocare attraverso quei suoni.
Sono domande alle quali non possiamo rispondere con una semplice supposizione. Ma sono anche domande che mi fanno riflettere sul legame profondo che, in epoche e culture diverse, ha unito gli esseri umani al mondo naturale.
Oggi studiamo il canto degli uccelli attraverso registrazioni, spettrogrammi ed esperimenti scientifici. Cerchiamo di capire come percepiscono i suoni, come apprendono le melodie e in che modo comunicano tra loro.
Sono approcci diversi, che non dobbiamo confondere, ma che possono convivere con la stessa curiosità verso il mondo vivente.
Forse dovremmo domandarci se, nel corso della storia, non abbiamo perso qualcosa quando abbiamo cominciato a considerare la natura soprattutto come una risorsa da utilizzare, anziché come un mondo di cui siamo parte.
Centotrenta note in sette secondi
Tra le informazioni che mi hanno colpita maggiormente c'è quella relativa allo scricciolo.
Nel libro si legge che questo piccolo uccello può emettere ben 130 note in appena sette secondi.
Proviamo a immaginare una simile densità di suoni: una successione rapidissima di note, variazioni e passaggi che il nostro orecchio può faticare a distinguere senza rallentare la registrazione o ricorrere a strumenti di analisi acustica.
Ciò che a noi potrebbe sembrare un semplice canto racchiude una struttura sonora articolata, fatta di tempi, frequenze e variazioni.
Il canto degli uccelli, del resto, non è una successione casuale di suoni. In molte specie presenta schemi complessi, che possono essere appresi, modificati e trasmessi da un individuo all'altro.
Alcuni uccelli imparano infatti il proprio canto ascoltando altri individui, un processo che presenta aspetti interessanti in comune con l'apprendimento vocale umano.
La ricerca scientifica contemporanea studia queste somiglianze per comprendere meglio come si siano evolute le capacità di produrre e percepire sequenze sonore.
E più impariamo, più ci rendiamo conto di quanto ci sia ancora da scoprire.
A cosa serve cantare?
Il canto degli uccelli svolge spesso funzioni precise: può contribuire alla difesa del territorio, alla comunicazione tra individui e all'attrazione del partner.
Ma ridurre ogni canto a una semplice necessità biologica rischia di farci perdere di vista la complessità del fenomeno.
Alcuni uccelli apprendono e variano le proprie vocalizzazioni, sperimentano combinazioni sonore e mostrano comportamenti che gli studiosi cercano di comprendere anche attraverso il confronto con la musica umana.
Possiamo parlare di bellezza, di piacere estetico o persino di creatività nel mondo animale?
Per rispondere dobbiamo distinguere ciò che possiamo osservare da ciò che possiamo soltanto ipotizzare.
Non possiamo attribuire con certezza agli uccelli le nostre stesse esperienze interiori, ma nemmeno escludere a priori che il loro mondo percettivo sia ricco di aspetti che ancora non sappiamo riconoscere.
Konrad Lorenz³ scrive in proposito: "Noi sappiamo che il canto degli uccelli raggiunge la più alta perfezione e il più squisito virtuosismo proprio quando non ha funzioni utilitaristiche come la difesa del territorio, il richiamo amoroso alla femmina o l'intimidazione di un rivale. Un codirosso dal petto azzurro, un Kittacincla, un merlo cantano le loro canzoni più belle solo quando lo fanno soltanto per sé, in perfetta armonia."
Secondo quanto riportato nel libro di Dröscher, gli ornitologi hanno dimostrato con certezza che anche tra i volatili esiste l'abitudine di "esibirsi davanti a un pubblico". Questo insolito comportamento spettacolare è stato osservato in alcune specie di astrildi diffuse in Africa, Australia e nel Sud-est asiatico. Questi uccelli, caratterizzati da piumaggi variopinti e spettacolari, vivono radunati in immensi stormi. A differenza degli uccelli canori europei, non devono difendere un proprio territorio; la loro priorità è invece mantenere la pace e la coesione del gruppo.
Poiché un canto di sfida aggressivo danneggerebbe la stabilità della comunità, questi animali hanno trasformato l'atto del cantare in un vero e proprio rito di socializzazione e amicizia. Al tramonto, qualche individuo inizia a intonare una melodia notturna, e i vicini gli si accostano in silenzio per ascoltarlo. Attraverso questa abitudine, le astrildi imparano a riconoscersi reciprocamente e a consolidare i propri legami sociali: un chiaro esempio della potenza unificatrice del bello!
Imparare ad ascoltare
C'è una cosa che mi colpisce ogni volta che leggo di queste capacità: quanto sia facile sottovalutare gli altri animali quando non conosciamo le loro abilità. Un uccello che canta sul ramo di un albero può sembrarci una presenza familiare, quasi parte del paesaggio sonoro a cui non prestiamo più attenzione.
Tuttavia, dietro quei suoni si nascondono processi di apprendimento, capacità percettive e forme di comunicazione che la ricerca continua a esplorare.
Non dobbiamo necessariamente dimostrare che un uccello componga musica come un essere umano per riconoscere il valore di ciò che fa. Non dobbiamo nemmeno attribuirgli pensieri o emozioni che non siamo in grado di verificare. Possiamo partire da ciò che sappiamo, ammettere ciò che ancora ignoriamo e lasciare che la meraviglia accompagni la conoscenza, senza sostituirsi ad essa.
Forse è proprio questo uno degli insegnamenti più importanti che gli animali possono offrirci:
imparare ad osservare senza dare per scontato di essere la misura di tutte le cose.
La prossima volta che sentiremo cantare un uccello, potremmo provare a fermarci un momento.
Ad ascoltare davvero.
Perché quel canto non è soltanto uno sfondo alla nostra giornata. È l'espressione di un altro modo di abitare il mondo, con una propria storia evolutiva, proprie capacità e una complessità che merita di essere conosciuta.
E forse, per imparare qualcosa dagli altri animali, il primo passo è proprio questo: smettere di ascoltarli soltanto con le nostre orecchie e cominciare a interrogarci sul mondo che si apre attraverso le loro.
Elena Orboni
Note, fonti e approfondimenti:
¹ Vitus B. Dröscher è stato un pioniere della divulgazione etologica, capace di tradurre le complesse scoperte scientifiche sul comportamento animale in un linguaggio accessibile e appassionante per il grande pubblico. Grazie a oltre 50 spedizioni in tutto il mondo, ha documentato sul campo l'intelligenza, la sensibilità e la socialità degli animali, contribuendo a scardinare l'idea che agissero solo per puro istinto.
Autore: Vitus B. Dröscher
Titolo originale: “Die freundliche Bestie", Gerhard Stalling Verlag (Oldenburg/Hamburg), 1968.
Edizione italiana pubblicata nel 1974 dalla casa editrice Garzanti Libri.
² Autore: Erwin Tretzel è stato un importante zoologo, aracnologo e biologo tedesco, noto in particolare per i suoi significativi contributi allo studio dei ragni (aracnologia) e alla bioacustica degli uccelli.
Titolo originale: Imitation und Variation von Schäferpfiffen durch Haubenlerchen (Galerida c. cristata [L.]).
Ein Beispiel für spezielle Spottmotiv-Prädisposition
(Traduzione: "Imitazione e variazione di fischi da pastore da parte delle cappellacce. Un esempio di predisposizione speciale all'imitazione dei motivi")
Rivista: Zeitschrift für Tierpsychologie, Volume 22, Fascicolo 7, pag. 784–809.
Anno di pubblicazione: 1965
Editore: Wiley / Blackwell
³ Konrad Lorenz è stato un celebre zoologo e filosofo austriaco, universalmente riconosciuto come il fondatore della moderna etologia, la scienza che studia il comportamento animale nel suo ambiente naturale.
Titolo: L'anello di Re Salomone, traduzione di Laura Schwarz, Milano, Adelphi, 1969, cap. VII ("L'anello di Re Salomone").