Immaginate una schiera di instancabili lavoratori che, dall’alba al tramonto, pattugliano i nostri campi a costo zero. Non chiedono stipendio, non inquinano e mantengono l’equilibrio della natura: sono gli uccelli, i “Natural Helpers” che la LIPU, insieme alla Fondazione Ecotone, ha deciso di proteggere e valorizzare con un progetto ambizioso.
La biodiversità rappresenta il cuore pulsante del settore agricolo, con l’avifauna che svolge un ruolo ecosistemico cruciale. Gli uccelli contribuiscono al controllo biologico dei parassiti - si pensi alla quantità di insetti predati da cince e rondoni - e alla soppressione delle piante infestanti tramite il consumo dei semi. A queste funzioni si aggiungono l'impollinazione e la dispersione, processi vitali che assicurano la salute e la rigenerazione del suolo.
Tuttavia questo equilibrio è appeso a un filo. L’uso eccessivo di pesticidi e la frammentazione del paesaggio stanno mettendo a tacere le nostre campagne. Esiste una minaccia specifica spesso invisibile ma letale, che agisce nel cuore della catena alimentare: i rodenticidi anticoagulanti.
Questi veleni, usati per eliminare i roditori in ambito agricolo e urbano, non si fermano alla vittima designata. Un topo che ha ingerito il veleno diventa una vera e propria “bomba chimica”. Quando un predatore naturale, come il barbagianni, il gheppio o la civetta, caccia quel roditore ingerisce il veleno a sua volta. Il paradosso è tragico: eliminando i rapaci attraverso l’avvelenamento secondario, stiamo uccidendo proprio quegli animali che potrebbero risolvere il problema dei roditori in modo naturale e permanente.
Il progetto lanciato dalla LIPU e Fondazione Ecotone mira a contrastare la contaminazione da rodenticidi attraverso azioni dirette sul territorio. Le attività includono l'incremento della biodiversità agricola tramite cassette nido, lo studio clinico dei rapaci ricoverati presso i centri dell'associazione e un dialogo costante con gli stakeholder locali. L’obiettivo è sostituire i rodenticidi di seconda generazione con pratiche di gestione agricola ecosostenibili.
Ma che differenza c’è tra i rodenticidi di prima e seconda generazione?
I rodenticidi di prima generazione (FGARs), sviluppati a metà del Novecento, sono ad azione lenta: il roditore deve ingerire diverse dosi nel corso di più giorni per morire e molte popolazioni di ratti hanno sviluppato una resistenza genetica a questi veleni, rendendoli spesso inefficaci. Quelli di seconda generazione (SGARs) sono stati creati negli anni Settanta proprio per superare le resistenze, ma sono diventati un’arma a doppio taglio. Basta una singola dose per somministrare una quantità letale, il roditore però non muore subito, impiega anche 3-7 giorni e in questo lasso di tempo continua a mangiare l’esca, accumulando nel fegato una dose di veleno enormemente superiore a quella necessaria per ucciderlo. Questi composti sono altamente lipofili (si legano si grassi) e restano nei tessuti dell’animale per mesi inquinando terreni e uccidendo i predatori. Nonostante l’evidenza scientifica dei danni arrecati alla catena alimentare, i rodenticidi di seconda generazione continuano a essere una presenza costante nelle nostre campagne, ma sono incompatibili con un ecosistema sano. È giunto il momento di considerare seriamente il bando totale di questi veleni, spingendo l’industria chimica e le aziende di derattizzazione verso soluzioni che non si trasformino in armi di distruzione di massa per i predatori naturali. Quando un’azienda produce queste sostanze, immette sul mercato molecole che restano attive nei tessuti dei roditori per mesi, finendo inevitabilmente nello stomaco di rapaci, volpi e piccoli mammiferi. Un divieto non servirebbe solo a proteggere il barbagianni o il gheppio, ma costringerebbe i produttori a investire in ricerca e sviluppo per alternative bio-compatibili: veleni a rapida degradazione, sistemi di cattura meccanica digitalizzati o contraccettivi specifici per i roditori che non abbiano effetti secondari sui predatori.
©Roberto Cigarini
A questo punto è lecito chiedersi se la lotta ai roditori sia un male necessario. In agricoltura, i roditori possono causare danni ingenti, lo sappiamo: consumano raccolti, danneggiano i sistemi di irrigazione e possono trasmettere malattie al bestiame. Il segreto di un’agricoltura migliore però non è l’assenza di roditori, ma il controllo integrato. Quando eliminiamo i predatori naturali con i veleni, creiamo un vuoto ecologico che permette ai roditori sopravvissuti di moltiplicarsi senza freni, un circolo vizioso di dipendenza dalla chimica. Un’agricoltura intelligente deve puntare sulla prevenzione attraverso una strategia che coniuga soluzioni concrete ed ecologiche. Questo include la sigillatura di magazzini e stalle per impedire l’accesso al cibo, il mantenimento di siepi e bordi dei campi per favorire i rapaci - predatori naturali dei topi - e un monitoraggio attento. L'obiettivo è intervenire solo quando l'infestazione supera la soglia di danno economico, evitando l'uso preventivo e indiscriminato di veleni.
In questa visione il roditore smette di essere un nemico da sterminare ad ogni costo e torna ad essere una componente gestibile del paesaggio, a patto che i suoi predatori naturali siano liberi di fare il proprio lavoro senza rischio di morire per un pasto avvelenato.
Dunque, cosa possiamo fare ora che abbiamo queste consapevolezze? Il progetto Save the Helpers della LIPU dimostra che l’alternativa esiste. Sostituire le esche tossiche con cassette nido e habitat favorevoli è un primo passo verso un futuro in cui l’industria e l’agricoltura collaborano con la natura invece di combatterla.
La protezione dei nostri aiutanti naturali parte dalle scelte quotidiane. Preferire prodotti da agricoltura sostenibile e limitare l’uso di veleni anche nei nostri giardini è indispensabile per riportare il canto degli uccelli e la salute nelle nostre terre.
Come ci ha insegnato Rachel Carson, biologa e autrice dell’indimenticabile “Primavera silenziosa”: “In natura niente esiste da solo. Il controllo della natura è una frase concepita nell’arroganza, (…) quando si supponeva che la natura esistesse per la comodità dell’uomo.”
Ritrovare il legame con tutto ciò che coesiste con noi su questo pianeta, e imparare a rispettarlo, è l’unica vera chiave per la nostra sopravvivenza.
Elena Orboni